Con questo post non voglio entrare nel merito delle proteste scatenate dal decreto Gelmini e annessi tagli operati da Tremonti. Almeno, non direttamente. Negli ultimi tempi è stato scritto talmente tanto di questo su così tanti blog che non mi voglio dilungare troppo sulle varie "interpretazioni" del decreto e della nuova finanziaria, che variano diametralmente a seconda della fede politica dei blogger. Quello di cui voglio scrivere in questo post è un fatto; che, in quanto tale, nella sua immediatezza non si presta ad alcuna possibile opinione. Voglio raccontare di una cosa che mi è successa stamattina. Mentre facevo la spesa, ho intravisto il mio vecchio professore di italiano delle medie: era da molto tempo che non lo vedevo, e così ho colto l'occasione per fermarmi a scambiare due parole. I soliti convenevoli, mi chiede come procede l'università, rivanghiamo i bei tempi andati e così via.
Ad un certo punto gli chiedo, per curiosità, che aria tirasse alle mie vecchie scuole. L'espressione che gli si stampa in faccia è chiara. Inizia a farmi l'elenco delle cose che sono cambiate nei miei "dieci anni mancanti". Il laboratorio di lingue, che tante volte ci ha visto mettere le cuffie per le comprensioni orali di inglese e francese, è sparito. Smantellato e rimpiazzato da un'aula normale. Il laboratorio di musica, con tanto di lavagna pentagrammata e pareti insonorizzate per evitare di distrarre le altre classi con i flauti, ha fatto la stessa fine. La palestra, fiore all'occhiello (un tempo enorme e modernissima) della nostra scuola, è stata "tagliata a metà": uno dei due campi polivalenti indoor da pallavolo/calcetto/basket è rimasto, l'altro è stato adibito ad aula provvisoria. L'ampio atrio dell'ala Ovest, originariamente provvisto di palco, e teatro di tante recite e concerti di fine anno, anch'esso è stato decurtato per buona parte della sua originaria grandezza; la restante parte è ora adibita al ricevimento genitori: 4 professori alla volta in 10 metri quadrati di spazio..alla faccia della privacy. Mi stupisco quando il mio vecchio professore mi dice che i laboratori di educazione tecnica e di biologia sono rimasti.
Gli chiedo allora come mai questo sia accaduto. In fondo, dico io, la nostra scuola è a ridosso della campagna; intorno c'era ancora tanto terreno (già comprato dal comune) su cui poter edificare nuove aule. Com'è che non è stato fatto? Si stringe nelle spalle e mi dice: "ovviamente mancano i fondi". In compenso, sul terreno intorno alla scuola ci stanno edificando un Lidl.
Fatti.
In dieci anni si è continuato a tagliare i fondi alla scuola pubblica, col risultato che le mie vecchie scuole medie (costruite appena 13 anni fa) sono ridotte in condizioni pietose. E il comune ovviamente ha venduto il terreno adiacente a privati. Non li biasimo: i tagli hanno colpito duramente anche gli enti locali, col risultato che questi ultimi si ritrovano con un disperato bisogno di fare cassa.
Non entro nel merito della recente finanziaria, che ad ogni modo prevede tagli consistenti per le università (vedi Articolo 66, comma 13). Entro piuttosto nel merito del trend generalizzato che vede la scuola pubblica, insieme alla ricerca, come i primi settori nei quali i vari governi vanno sistematicamente a tagliare i fondi anno dopo anno. Questo non per migliorare altri rami del servizio pubblico od abbassare le tasse, ma per colmare gli sprechi inutili (eccessiva burocratizzazione, stipendi troppo elevati dei politici, finanziamenti pubblici a chi non dovrebbe averli e chissà quali altre porcherie) e l'evasione fiscale che nel nostro Paese rimane altissima (forse perchè qui, se non paghi le tasse, non ti chiudono in galera e buttano via la chiave come viene giustamente fatto in Paesi più civilizzati del nostro). In compenso, si affaccia come sempre la reale possibilità di uno stanziamento di fondi pubblici alle scuole private.
Un tempo avrei detto "povera Italia". Adesso dico "Italia di merda".